Solo coi propri demoni

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Solo coi propri demoni

Demoni mordono la pancia, sbranano le membra, inchiodano la mente con martelli arrugginiti, graffiano e incidono la pelle del viso, sgretolano le ossa con mani di tenaglia. Il corpo si agita convulso, non trova pace, la mente tenta di fuggire, il pensiero barrisce sollevando una proboscide di delirio, galoppa al ritmo forsennato del cuore, ma viene catturato da reti di languore e torna al presente; cerca di fuggire e viene ripescato; boccheggiano il pensiero e la coscienza. Come un tuffatore, le braccia protese e tremanti in avanti verso il vuoto dell’ignoto, tentano di afferrare un appiglio immaginario, un punto fermo nel mare in tempesta del dolore. Distress, delirio agitato lo chiamano. Tentativo di fuggire, liberarsi dalla prigione? Tentativo di andare oltre, altrove?

Impotente, provi a trattenere quelle braccia, cerchi di essere delicato nel tocco, non una catena, ma una carezza decisa. Tentacoli di flebo costringono le braccia in un inganno di liberazione. Le maglie della rete. Parli, cerchi di dire parole che forse risuonano incomprensibili in quell’inferno, cerchi di calmare. E se fossero solo altre onde ad increspare la superficie del mare forza nove? Osservi quel corpo che si agita la sotto, nel letto, sudato. Ecco l’acqua del mare. Il corpo nuota nel buio senza riposo, cerca di approdare ad una riva e tu lo tieni fermo. Affogherà?

Fuggire, vorresti solo fuggire. Scappare assieme, accompagnare quel corpo, correre lungo la spiaggia, all’asciutto, correre insieme sotto il sole, un sole che asciuga, sentire la sabbia che si solleva sotto i piedi, che turbina attorno le caviglie. Ma sono pareti di una piccola stanza in penombra a fare da freno ai desideri, il bip delle pompe che si sostituisce alle sirene del mare. Anche tu sei li, ma vorresti essere altrove. Prigionieri entrambi?

Basterebbe un bolo, un’iniezione per dar pace a quel corpo, per far placare l’angoscia della mente, per dar pace ed ordine calmo ai pensieri. Basterebbe poco. Voglia di mettersi in gioco, voglia di essere vicini ad un’anima che soffre, voglia di Esserci. Lanciare il salvagente, iniettare un poco di sedativo, contenzione alla sofferenza. Quando non bastano le favole ad addormentare può servire la carezza di molecole attive. La condivisione. E la vicinanza. O no?!?

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Di |2016-10-26T18:37:50+00:003 marzo 2016|Categorie: Medici, Pensieri|Tags: , , , |0 Commenti

Info sull'autore:

Medico palliativista, Firenze.

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