Oggi il Palio è tuo

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Oggi il Palio è tuo

Oggi le mutate condizioni sanitarie e sociali, i progressi della medicina e il nuovo ruolo dell’ospedale hanno allontanato ed emarginato la morte, al punto che, quando un nostro congiunto è morente, non riusciamo ad ammettere che la sua malattia sia terminale. Accompagnare una persona alla fine della propria vita, significa camminare al suo fianco, lasciandola libera di scegliere la strada e il ritmo dei suoi passi. Talvolta accompagnare non è facile, ed è lì che si misura la nostra visione della dignità della persona umana. La sfida è riconoscere ed attestare con il nostro comportamento, la dignità inalienabile della persona che è di fronte a noi, anche nella sua più grande degradazione.

Antonio ha una muscolatura forte, deve essere stato forte come un toro. I lineamenti marcati del suo volto sono ingentiliti dai capelli bianchi che risaltano i suoi occhi verdi, profondi e sinceri. Antonio mi ha raccontato di avere una grande passione per la musica. Ben 60 anni trascorsi a suonare la sua fisarmonica, amore secondo solo al sentimento  per sua moglie Maria. Da qualche mese a causa di un Alzheimer galoppante, ha dovuto rallentare lo scorrere della sua vita, fino a fermarsi completamente nel letto del nostro Hospice. Fin dal nostro primo incontro, abbiamo creato un buon rapporto forse grazie alle passioni simili che ci accomunano. Era domenica quando sono entrato nella tua stanza, avevi le tende chiuse, c’era poca luce nella stanza, ho capito che qualcosa non andava. Mi sono seduto accanto a te in silenzio. Ricordo ancora la tua domanda come fosse oggi.

Marco, ma la morte esiste?

Io credo di esser rimasto in silenzio per un tempo indefinito, tanto che la risposta alla tua domanda l’hai data te.

Forse no. Forse non è che l’accoglienza in un altro mondo, un semplice transito. Un transito che fa molta paura. Si teme il dolore fisico e la perdita della dignità e della stima di sé in questa fase finale della vita.

Al sentire le tue parole mi sono risvegliato dal torpore indotto da quella domanda.

“Caro Antonio, questa paura non deve indurci a fare il morto prima di essere morti; dobbiamo metterci definitivamente al mondo prima di sparire: il problema non è tanto quello di sapere se vivremo dopo la morte, quanto quello di essere nella vita prima della morte, e il ruolo delle terapie non sarà quello di aggiungere giorni vuoti ad una vita senza più relazioni, piuttosto quello di aggiungere vita ai giorni che ci restano ancora da vivere”.

Rimani in silenzio e apri la tenda per guardare il giardino illuminato dal sole.

Ti appoggio delicatamente la mano sulla spalla, forse con la speranza di trasmetterti un po’ di energia, o semplicemente per dirti che io ci sarò… È stata la nostra ultima conversazione.

È il 2 Luglio. L’ennesima sfida tra contrade, la storia che scende sul tufo, i tamburi e le chiarine, il passo lento e glorioso dei monturati. Il silenzio e il rispetto di chi al di fuori guarda sbalordito una tradizione immutata nel tempo. Un turbine di emozioni, ore di tensione e passione per il popolo contradaiolo che porta avanti una “tradizione” che vivrà nei secoli a venire. Io stesso provo un emozione indescrivibile in questi giorni.

Mentre il cuore della città entra in fermento per il Palio, tu caro Antonio, hai percorso il tuo ultimo viaggio.

Ci siamo io e te nella stanza luminosa che ti accoglie da diversi giorni. Abbiamo parlato molto, mi hai raccontato della tua vita, delle tue passioni e delle tue paure. Mi guardo intorno, la tua stanza è illuminata da un sole bellissimo, ma te da giorni sei avvolto dal buio, i tuoi occhi chiusi non hanno più posato il loro sguardo su una faccia a te amica, crederai di essere solo…

Quando ho stretto la tua mano, calda, avevi un respiro affannato. Lo so eri stanco, hai dovuto aspettare tuo nipote  per 3 ore, perché viveva in un’altra città.

Un tempo infinito per chi deve andar via, e altrettanto infinito per chi, come tuo nipote, cercava di arrivare prima che la tua corsa in questa vita finisse.

Ti ho tenuto per mano perché entrambi sapevamo che era la cosa migliore da fare. Avevi bisogno di un contatto, di una mano sicura e affettuosa, la mano di un compagno fidato che te la porge nei momenti peggiori. Ti ho accarezzato la testa e il viso, ti ho sussurrato parole dolci. I tuoi occhi chiusi ormai da giorni, avvolti nel buio. Il tuo respiro inizia ad essere più regolare. Sai ho lavorato molto sul tocco e sul respiro, tanatoterapia si chiama, mi viene un sorriso, te non avresti saputo ripetere questo nome al primo colpo.

I tuoi respiri sono più lenti, ci stiamo sincronizzando, quando all’improvviso apri gli occhi. Quelle tenebre che da giorni avevano la meglio su di te finalmente svaniscono per lasciare spazio alla luce. Se chiudo i miei occhi posso vedere i tuoi ancora qui davanti a me, lo sguardo che ci siamo scambiati, questione di pochi secondi ma un eternità per noi due. Sono riuscito a vederti nel profondo e questo non lo dimenticherò mai. Eravamo entrambi consapevoli di cosa stava per accadere. Ho letto la paura nei tuoi occhi e la gioia di avermi rivisto. Allora le nostre mani si sono strette come per suggellare un tacito accordo, con un gesto antico quanto l’uomo ci siamo salutati e i tuoi occhi morbidamente si sono chiusi.

È sempre difficile salutare una persona, e forse non ci si riesce mai del tutto. Ma ringrazio te e la tua forza di avermi dato l’onore di essere stato l’ultimo che “hai deciso” di salutare.

Mettersi in paziente e sensibile ascolto di chi ci sta per lasciare può insegnarci molto riguardo al significato profondo della vita e della morte. Soprattutto ci insegna a vivere meglio, fino alla fine. Ci aiuta a dare valore a quei momenti che altrimenti passerebbero indifferenti sotto l’orologio della nostra esistenza. Non mi sono sentito di modificare il nome di Antonio che ho accompagnato fino alla morte, perché il mio legame con lui è troppo profondo per poter essere occultato da una finzione letteraria. Ma sono sicuro di avere il permesso di chiamarlo per nome e raccontare la sua vita, perché in fondo quando parlo di lui, parlo di me stesso; e nulla è inventato: tutto è sofferto e vissuto nella misteriosa prossimità della morte, che in fondo è avvicinarsi alla verità e alla vita eterna.

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Di | 2016-10-30T13:34:42+00:00 25 maggio 2016|Categorie: Infermieri, Racconti, Storie di vita|Tags: , , , |1 Commento

Info sull'autore:

Infermiere di cure palliative.
Siena.

Un commento

  1. Redazione 26 maggio 2016 al 16:44

    Grazie Marco, parole molto sentite, assai “vere”!

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